mercoledì, dicembre 19, 2018
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Are you ready, Mr. Spielberg?

Premessa essenziale: questo non è un articolo per nerd o per geek.

Chi scrive, per quanto ultraquarantenne, ha attraversato infatti i decenni cruciali – gli anni ’80, quelli in cui quei termini e le “filosofie” a essi collegate ricevevano forma e “codifica”- col candore innocente di chi non avrebbe mai sospettato la conseguente rivoluzione di pensiero o la big bang theory successiva. Per farla breve non si è mai sentito nerd (wikipedianamente “appassionato di PC, cultura, e scienza, tendenzialmente poco predisposto alla socialità e coltivatore di interessi trasversali”) e neppure geek (wikipedianamente “controparte più ossessiva del nerd, tendente anch’esso al tecnologico ma socialmente integrato”).

Chi scrive ha giusto un po’ lambito qualche confine informatico (nella misura in cui veniva inseguito da quattro fantasmi colorati dentro un labirinto dopo aver atteso con biblica rassegnazione il caricamento del C64), goduto del miglior pop concepibile per le orecchie e, soprattutto, vissuto sull’onda cinematografica di scapestrate avventure teen e fantasy (chi tra i nati dopo il 2000 potrà dire di avere realmente sussultato sentendo Doc gridare “I libici!” o di aver condiviso psicologicamente la “pazza giornata” di Ferris Bueller?). Chi parla e scrive insomma è stato porzione umana e inconsapevole di quel moto pop-ular assai prima che questo assumesse il peso specifico e l’identità sociologica del fenomeno di pensiero (e, per i detrattori, dello stereotipo).

Tutto questo giusto per sottolineare un dato essenziale intorno al fenomeno (prima letterario e circoscritto, oggi cinematografico e globale) “Ready Player One”, e cioè che, contrariamente al pregiudizio che potrebbe nascere nei confronti di una produzione quasi interamente digitalizzata o eccessivamente citazionista nei confronti dei mitici anni ’80, il film è sorprendentemente godibile anche per chi quegli anni li ha vissuti “tardi” o semplicemente li ha vissuti -come il sottoscritto- ignorando che sarebbero divenuti una decade di riferimento assoluta nella cultura pop (ma poi è davvero esistita un’ altra cultura dopo quel decennio? O tutto ciò che è seguito non è stato altro che un furbo e silenzioso remix di quella?). Poi c’è dell’altro. C’è che quest’opera nerd e geek, furiosa e high tech, girata da un regista settantunenne con l’energia di un trentenne, non è altro che un film del “solito, grande, vecchio” Spielberg.

Il Re Mida di Hollywood (perché, a prescindere dagli incassi, solo lui può trasformare in “oro narrativo” ogni soggetto che tocca) in oltre quarant’anni di carriera si è sempre guardato bene dal disattendere l’etica cinematografica implicita in ogni suo titolo. Parliamo dell’etica intesa a preservare l’essenza del racconto nel momento stesso in cui si solcano gli avventurosi sentieri del “genere”. Il cinema di Steven Spielberg infatti non risulta onesto o morale per via dell’ideologia implicitamente sposata o sulla base dei soggetti prescelti (“RPO” non è meno politico di “The post” per intenderci).

Lo è, piuttosto, nella misura in cui dichiara come fondamentale la responsabilità del narratore e soprattutto quando rivendica il primato della fabula sopra i vezzi o le intenzioni del suo stesso cantastorie. Per questo “Schindler’s List” non è solo un debito pagato alla memoria e alla personale biografia dell’autore, ma è piuttosto l’avventura di un innocente che si libera dal giogo di un mostro ( la Shoah) non più acquatico. E così “Lo squalo” non è soltanto la vicenda di un Leviatano risorto dalle profondità marine per vendicare spettri di guerra (l’USS Indianapolis che sganciò la prima bomba atomica), ma il viaggio iniziatico di tre spavaldi “ragazzi” che conoscono solo una fetta di mondo e che vengono diversamente divorati da esso. E “The Post” in ultimo, oltre l’evidenza di un pamphlet in favore della democrazia del giornalismo, è un’altra storia (dopo “Amistad”) di schiavi liberati e di catene invisibili (istituzionali, politiche, giuridiche) che vengono recise. Avventura, viaggio, fuga (proprio come nell’esordio “Sugarland Express” da cui tutto ebbe inizio) quali declinazioni del medesimo concetto (etico) di racconto e di favola.

Ed è giudicabile anch’essa come “etica” la particolare scelta di adattare quest’ultimo film (complemento ideologico ed ideale a “The Post”) partendo dal romanzo omonimo di Ernest Cline. Perché l’opera omnia di Steven Spielberg è, tra le altre, mater anch’essa della cultura sulla quale lo stesso autore del best seller (46enne, nerd dichiarato con tanto di DeLorean a casa) ha costruito la propria identità di scrittore e sceneggiatore.

Che sia stato allora proprio il regista di “E.T.” e “Jurassic Park” a scegliere di interpretare per immagini il romanzo nato da un immaginario plasmatosi precipuamente su quelle narrazioni, è fatto che assume simbolicamente la valenza di un biunivoco, quasi toccante passaggio di testimone (da Spielberg- padre al Cline-figlio e quindi nuovamente dal figlio al padre). Ecco perché, come si diceva all’inizio, non riveste alcuna importanza essere (stati) nerd o geek, parti consapevoli o incoscienti del fenomeno di ieri o dell’oggi rivisitato, per godere dell’avventura rutilante di “Ready Player One”. Basta solo essere (ancora) follemente innamorati di quel cinema o di quel modus di fare per esser risucchiati dentro un sogno cinematico governato da triliardi di pixel (della ragione) ma sostenuto da un unico hardware (dell’anima).

“Are you ready, player one?”
Della trama, per chi non se la fosse già ben spoilerata da sé, inutile far cenno. Lo scopo della storia, proprio come nei videogiochi, segue ed informa lo spiegarsi di certi quadri narrativi o livelli da videogame; qui però gli stessi si susseguono a ritmo sfrenato e quasi senza soluzione di continuità, in alternanza fra (parecchia) VR e (calcolate) incursioni nell’universo tangibile. Ma (e qui risiede l’anima incontaminata della storia o il “fanciullo” spielberghiano se preferite) senza che la prima prenda troppo il sopravvento sul secondo e coi protagonisti-gamer che mantengono, e rafforzano, la loro identità mentre navigano fra le due dimensioni.

Fra carne ed avatar si delinea così questa non lontana società del 2045 che alla base pare essersi rassegnata alle proprie miserie reali (vive nelle stacks, baraccopoli fatte di camper avvitati fra di loro) annegando le stesse negli oppiacei virtuali dei controller Oasis. Una società in cui giocare è l’imperativo silenzioso imposto dai piani alti per mantenere elitariamente il controllo ma che per alcuni, come il giovane protagonista Wade Watts, può diventare anche il trampolino di un riscatto economico.

Si sa che a Spielberg le distopie non dispiacciono (“A.I.-Artificial Intelligence”, “Minority Report”) non fosse altro perché – similmente a quanto accade nelle sue storie reali in cui l’inoltrarsi del protagonista in mezzo ad eventi più grandi di lui coincide con un personale percorso di maturazione- gli consentono di far emergere ancor meglio l’elemento umano recluso sotto le gelide geometrie di temuti totalitarismi (il precog e il poliziotto nell’era della precrimine, i robot emotivi e gli alieni miserevoli durante l’età dell’oro delle A.I.). Allo stesso modo anche in questa declinazione socio-fantascientifica dell’attualità (o semplicemente la sua più ipotizzabile prosecuzione) firmata Ernest Cline non è difficile rinvenire significativi elementi di critica coerenti con la precedente filmografia (distopica e non) del regista. Qui ad essere meritevole di salvezza è ancora una volta quell’anima pura e incontaminata, non la sua versione antagonista, mercificata e global (la Oasis) e neppure la controparte “asociale” di quel sentire (il nerd che abdica al vivere reale). Non è un caso pertanto che a (s)muovere le fila della vicenda sia proprio lo stesso genio che orchestra quel mondo virtuale ricreato ad altezza di visore (l’inventore James Halliday a metà fra un portentoso Steve Jobs e un timido George Lucas). E’ lui che ha smarrito se stesso ed è lui che intende essere ritrovato dagli altri lanciando la palla d’inizio gioco (una palla a forma di egg s’intende). Ai giovani capaci ancora di disconnettersi per osservare il cielo e baciare una ragazza il compito di giocare e raccogliere il prezioso testimone (e se non è questo un messaggio rivolto al presente…). A dispetto delle risoluzioni finali (da qualcuno interpretate perfino come conservatrici) nel film di Spielberg non v’è alcuna effettiva negazione della realtà nerd celebrata ma soltanto la sua ri-affermazione più “sana” e soprattutto la celebrazione identitaria di chi quella realtà ha contribuito a farla nascere (e qui il biografismo dello scrittore potrebbe tranquillamente sovrapporsi a quello del regista).

Cinematograficamente poi l’ impianto videoludico ed avanguardistico sfoggiato riesce a interfacciarsi senza problemi con quel linguaggio narrativo che è già cifra stilistica e portato intellettuale (l’avventura quale scoperta di sé) tipici dei prodotti Amblin. Il risultato finale è certamente l’ottovolante ipertrofico e virtuale annunciato (dove la moto di Akira può incontrarsi disinvoltamente con il Kong di Cooper & Schoedsack), ma anche un cabinato fieramente retrò che ci invita ad entrare (“are you ready?”) ancora una volta al prezzo di una romanticissima, e risolutiva, monetina.

Perché l’amore per la storia e l’avventura vengono prima di tutto. E che l’amore sia veramente il leit motiv prevalente di questa storia lo dimostra proprio il citazionismo diffuso internamente ad essa. Così, in mezzo ad apparizioni dal peso puramente “estetico” (Chucky, la mitica DeLorean, Freddy Krueger), rimandi non troppo saccenti al cinema degli anni ’80 (“Una pazza giornata di vacanza”) e la tenera invasività dei Go Nagai (Gundam ma anche il gigante di ferro) trova spazio un’antica dichiarazione d’amore cinematografica di Spielberg a uno dei suoi maestri riconosciuti: Stanley Kubrick. L’intera sequenza dedicata a “Shining” omaggia inizialmente quel capolavoro come un backstage mai girato per poi “brutalizzarne”, con uno scatto anarchico senza precedenti, alcuni storici passaggi fra gemelle inquietanti, vasche da bagno e ascensori invasi dal sangue. E’ una sequenza pop, assai audace e postmoderna, che alcuni amano già alla follia e altri parimenti detestano. Ma va ricordato che fu proprio su quel set che il fanciullo Steven e il mito Stanley incrociarono le rispettive esistenze (e magari fu lì che il senso di Steven per l’orrore- vedi alla voce “Poltergeist”- si definì ancor di più). Dopo lo straziante passaggio di testimone avvenuto nel 2001 con “A.I.” Spielberg, oggi come allora, non teme affatto critiche e dicerie sul suo modo di intendere (e rendere) l’omaggio a quello che fu un maestro di cinema e magari di vita.
Ora dite voi se questo non si chiama amore

Andrea Lupo

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