martedì, luglio 17, 2018
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Flatliners 2017, la modernità che nasce “vecchia”

Anno 1990, il primo dell’ultima decade che ci separava dal fatidico, attesissimo millennio. Il cinema hollywoodiano, forse inconsciamente, iniziò ad accostarsi con serietà ai temi della morte, dell’aldilà e del passaggio all’”altra” soglia, quello vagamente documentato dalle parole dei “ritornanti” (non zombi bensì i protagonisti delle cosiddette esperienze di pre-morte). Spiritualismo, scienza e creatività si ritrovarono così a convegno dentro la fabbrica dei sogni e, per un’ insolita coincidenza cosmico-cinefila, diedero alla luce un intramontabile best seller, un cult visivo e un misconosciuto capolavoro.

 

Tutte e tre interessanti variazioni sul tema in oggetto. Nell’ordine parliamo di “Ghost”, “Linea mortale” e “Allucinazione perversa”. Titoli che, con approcci e stili ovviamente differenti, ci consegnavano, più che riflessioni, scampoli di visioni di un altrove inconoscibile, esplorazioni umane e metafisiche tendenti ora al romantico (Ghost) o all’onirismo un po’ thrilling (Linea mortale) e infine al perturbante psicologico (Allucinazione perversa). E se il primo rimase il successo strappalacrime per eccellenza (confezionato ad arte e con notevole padronanza dei diversi registri), mentre l’ultimo era un fosco capolavoro fin troppo in anticipo sui tempi, “Flatliners- Linea mortale” –autentico cult generazionale con generazioni di star in “ascesa libera” (Julia Roberts, Kevin Bacon, Kiefer Shuterland)- era invece il compromesso perfetto fra macchina dell’intrattenimento, stile avanguardistico e tematica riflessiva. Plot semplicissimo e già intrigante: un gruppo di ambiziosi studenti di medicina decide di sperimentare sulla propria pelle un’esperienza di pre-morte autoindotta. In parole povere si fermano a turno il cuore provocandosi la morte cerebrale per arrivare sulla soglia dell’inconoscibile quel tanto che basta per verificare se v’è davvero “qualcosa” oltre l’uscio sopradetto. L’esperimento più o meno riesce a tutti, anche perché nessuno di questi pionieri torna (fortuna loro) con la testa penzoloni “come una bambola di pezza” (cit. Julia Roberts). Ma qualcosa nell’altrove delle loro coscienze si (s)muoverà comunque e l’arrogante toccata e fuga nell’aldilà muterà in contrappasso psicologico e fisico tanto traumatico quanto violento.

Sorvolando sulla fondatezza degli assunti medico-scientifici (che tocca agli specialisti verificare) o su qualche incongruenza logica riguardante l’uso disinvolto degli armamentari medici da parte di specializzandi (che è responsabilità degli sceneggiatori), “Linea mortale” resta ancora oggi un film avvincente e drammaturgicamente credibile e, soprattutto, un’opera dall’indiscutibile fascinazione sonoro-visiva, in cui ogni elemento tecnico (dal soundtrack tutto cori e chitarre elettriche firmato James Newton-Howard, alla fotografia del futuro regista Jan De Bont fino alle superbe scenografie di Eugenio Zanetti) sottolinea ed amplifica la particolare allure gotica e metafisica di cui è sapientemente intriso. Perché se si parla di morte allora questa non può appartenere solo al motto indiano “Hoka hey” (“Oggi è un bel giorno per morire”) messo in bocca al leader dei flatliners (non a caso si chiama Nelson), ma deve trasudare da ogni parete, luce, suono, campo o controcampo. E il regista Joel Schumacher, che non è certo un banale mestierante, tutto questo non se lo fa ripetere due volte e così impregna il film di squarci metropolitani onirici e luccicanti, loft tagliati da luci spettrali e fughe attraverso distese tanto vaste quanto minacciose. Uno spiegamento generoso di mezzi visivi (basti vedere il modo in cui è filmata la celebre fontana del Tempo a Chicago sui bellissimi titoli di testa per rendersi conto) e un sound plumbeo e centrato (senza odiose canzoncine di tendenza per intenderci) diventano gli ingredienti fondamentali di un thriller soprannaturale che sorvola con intelligenza sull’inesplorabile, focalizzandosi, più che sulle risposte ai grandi temi, su coloro che pongono le domande. Passato, colpa ed espiazione diventano così le colonne portanti del racconto e la linea, da mortale, diventa presto morale.

27 anni dopo l’uscita di un cult sul quale il tempo sembra non aver infierito affatto, ecco arrivare in sala il suo rifacimento, come la nuova moda dei film ritornanti (questi sì autentici zombi dei calchi originali) impone. Chi, come il sottoscritto, aveva 18 anni nel 1990, la notizia di un requel (sequel/remake) di “Flatliners” solletica da subito ma preoccupa al tempo stesso. Perché, a meno che non si cimentino nell’impresa cineasti come Rob Zombie (Halloween) o Dennis Villeneuve (Blade Runner 2049), rivangare il passato dei grandi o piccoli film entrati nell’immaginario è operazione rischiosa se non si ha molto altro da aggiungere (o da rileggere). E se il nome del regista Niels Arden Oplev dice qualcosa (di buono) è giusto grazie a una efficace trasposizione del primo capitolo di “Uomini che odiano le donne” e del buon “Dead Man Down”. Se aggiungiamo poi i bravi Ellen Page e Diego Luna, un millennio già svoltato, ventisette anni di ricerche e riflessioni filosofico-scientifiche sul tema della morte e una tecnologia medica più evoluta, allora chissà, magari le premesse per un film che riesca a proseguire e sviluppare in modo interessante il bel soggetto originale magari ci sono. E invece Flatliners 2017 riesce a tradire non solo le promesse ma soprattutto quelle originali premesse. E il tutto, spiace dirlo, per compiacere ancora una volta le esigenze di un pubblico (trattato in modo) infantile e semplicistico.

Così se le uniche garanzie di recitazione restano sempre nelle mani di Page e Luna (laddove il resto del cast risulta incolore e bidimensionale), è proprio sul versante principale, quello della dialettica sulla morte, che il film naufraga in modo inesorabile. Non soltanto infatti gli esperimenti condotti dagli studenti sono resi con estrema superficialità (qui ci si uccide e si risorge in modalità accelerata, tra corse in auto o in moto e successivi rave party), ma la stessa tematica dei sensi di colpa “materici” e della successiva espiazione è resa sbrigativamente, senza guizzi visionari (a parte un paio di bei momenti legati al personaggio della Page) o profondità psicologica. Privo di un proprio e più moderno fascino arty (laddove quello del Flatliners originale riusciva ad essere moderno e al tempo stesso fuori dal tempo), questo Flatliners corre a perdifiato lungo i sentieri ritmati del new horror, banalizzando gli antichi rituali (la frase indiana dell’originale pronunciata dal più frivolo del gruppo), sprecando una coraggiosa svolta di sceneggiatura (su cui taciamo) e volgarizzando le spinte motivazionali dei protagonisti, la cui dedizione nei confronti dell’esplorazione dell’”oltre”, al di là dell’umano rovello esistenziale che però risulta qui assente, è giustificata per lo più dal desiderio di tornare dal “trip” con nuove e più accresciute facoltà (ma forse in questo il film potrebbe essere un veritiero termometro del presente giovanilistico).

Breviario esauriente su come non dovrebbe essere scritto (più che girato) oggi un valido remake, Flatliners fa suo malgrado il punto sulle tendenze inarrestabili del gusto giovanile (assestato sul meccanismo del jumpscare fine a se sesso), sulle richieste (mal interpretate) di un pubblico adulto e su quel bisogno di classicità che dovrebbe costituire invece l’unico faro realistico per rifondare il genere (perchè per quanto traslucido e hi-tech questo requel pare già più vecchio del modello originale). La sua chiusura finale, niente affatto da buttare e tutta giocata sul significato delle note “ritornanti” di Clair de lune, è l’esemplificazione perfetta di quella classicità tristemente smarrita e altresì della conclusione giusta applicata a un film sbagliato. Intristisce perfino, perché rende malinconicamente l’idea di un film che sarebbe potuto essere ma che purtroppo non è stato. Linea piatta sì ma senza possibilità di ritorno.

Andrea Lupo

 

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