martedì, maggio 22, 2018
Home > Cinema > Coco, la morte, l’avventura e i colori della memoria

Coco, la morte, l’avventura e i colori della memoria

Ci sono ponti fatti di soffici calendule arancioni percorsi in avanti e indietro da scheletri bardati a festa al centro della narrazione di “Coco”, ultimo contributo della Pixar Animation alla causa della fantasia e del cuore. Evocati solo idealmente da un gesto di devozione dei vivi (i viottoli infiorati della città nel Dia de los Muertos) quei ponti divengono edificazioni concrete nell’ aldilà sgargiante e mariachi immaginato dai creatori di “Toy Story” e “Wall-E”. Su quei luoghi transitano solo le anime dei morti provviste di regolare carta d’imbarco per il mondo dei vivi. I parenti al di là e al di qua delle due dimensioni finalmente autorizzati a ricongiungersi invisibilmente attraverso una struggente finestra temporale di un giorno (lunga però quanto la vita stessa). Se non vivessimo in piena era Trump forse non potremmo affermare con sicurezza che la burocrazia migratoria del presidente parrucchino abbia finito per contaminare, sottilmente e politicamente, la stessa poesia di casa Disney. E’ impossibile infatti negare che dietro quella foto identificativa usata agli imbarchi dell’aldilà quale requisito per il regolare check-in dei trapassati, ci sia un chiaro rimando allo “spettro” di un permesso di soggiorno. Tanto più poi se l’oltretomba in questione è quello messicano e la barriera dimensionale che separa i vivi e i morti così idealmente vicina all’idea di “muro”. Che “Coco” insomma, al di là dello spettacolo pirotecnico e multicolore che offre, possa divenire in filigrana anche uno specchio delle angosce di un’ etnia, è idea niente affatto peregrina.

Ma questo diciannovesimo lungometraggio Pixar, al di là di qualsiasi lettura alternativa, resta comunque un’altra importante divagazione da parte dei maghi di Emeryville sulle problematiche a loro più care, quelle che involgono i concetti di infanzia, famiglia e crescita. E oggi anche di morte. Il concetto di assenza (e implicitamente di trapasso) era stato già evocato in passato dalla Pixar e più precisamente tra le pieghe lancinanti di “Up!” e nello stesso “Inside out” che in fondo non era che la sola riflessione possibile intorno a quel cambiamento prematuro che rischia di stravolgere l’infanzia (intelligentemente metaforizzato però in uno smarrimento della propria personalità, laddove il concetto di morte “reale” veniva piuttosto traslato -non meno dolorosamente- su un personaggio di pura immaginazione come Bing Bong).

Dopo la ricalibrazione visivo-concettuale ad opera di Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, la Pixar può permettersi dunque un approccio più diretto a temi giudicati tabù fra i quali non poteva mancare, ovviamente, proprio quello della morte. Lo fa, come consuetudine, attraverso strutture narrative classiche e consolidate (l’avventura come acquisizione di consapevolezza e verità), modalità indolori (il chico protagonista, affamato di musica e in cerca di identità, non vive direttamente il dramma della morte ma sperimenta solo quello conseguente della memoria) e condendo il viaggio di espedienti dalle finalità “allevianti” (come i luccicanti calaveras, ovvero i teschi dipinti sui volti che qui diventano i volti di veri teschi), splendida musica e rutilanti mariachi.

Prendendo a prestito insomma la parte più rasserenante e vitale del culto funebre così come concepito dal popolo messicano, il cui dia de los muertos è da sempre l’occasione per celebrare, più che la tristezza e la riflessione sul distacco tipicamente occidentali, il ricongiungimento festoso mediato dal ricordo. E se la storia, dopo le tenere coordinate familiari fornite nell’incipit, non tarda troppo a virare verso l’avventura rocambolesca, un po’ gialla e a tratti citazionista (gustoso ed esilarante il cameo di Frida Kahlo alla prese col suo numero teatrale), sono il senso di riconciliazione e una soave tenerezza i sentimenti che tornano preponderanti alla fine di tutto, nel pieno rispetto dello stile e soprattutto del canone Pixar.

Poco loco” (come recita la bellissima canzone di Michael Giacchino) nella giusta misura, “Coco” è un film che, nonostante il soggetto scelto, non deborda troppo verso la celebrazione fine a se stessa di un immaginario macabro-grottesco (burtoniano se volete), né vuol condurre, anche solo per momenti o frammenti, sull’orlo di un abisso emotivo (come osava fare “Up!”). Preferisce piuttosto accompagnarci con delicatezza su una soglia più accessibile e forse sostenibile, quella in cui la lacrima vive mestamente in bilico fra il dolore della privazione e il calore della memoria. E’ un ponte quest’ultimo che non ha bisogno di sentieri di colorate calendule per essere edificato in ogni cuore. Lo erige per tutti noi quel lascito invisibile che le toccanti fotografie dei parenti defunti poste al termine dei titoli di coda del film chiamano giustamente “ispirazione”. Perché la loro memoria, nascosta nei solchi di una ruga dolcissima da baciare, è già seme inconsapevole dentro tutti gli altri. Perchè non siamo altro che la somma triste eppure incantevole di passate rimembranze. Eravamo e saremo ancora tutti “Coco”.

Andrea Lupo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: